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Three stories by John Taylor in Italian translation / The Presence of Things Past / Il Giornalaccio

Three stories by John Taylor, taken from his book The Presence of Things Past (Red Hen Press), have been published on the website Il Giornalaccio in an Italian translation by Marco Morello:

L’OSPITE  D’ONORE 2021 DE “IL GIORNALACCIO” E’
JOHN TAYLOR


Amici d’infanzia
(Traduzione di Marco Morello)

Il mio primo morto fu Bud, il padre di Nancy. Era un uomo calvo e panciuto che amava la pesca e le bistecche alla griglia. Ci faceva spesso saltare, me e Nancy, sulle T-Bird convertibili con cui tornava a casa (lui vendeva automobili per uno dei rivenditori Ford), e giù per la rampa andavamo a fare un giretto per Urbandale Avenue. Bud aveva un suo odore speciale, un odore forte di sudore e di lozione dopobarba. Aveva la faccia rubiconda, il naso grosso, e delle dita corte e paffute.

Il suo cuore si fermò in mezzo a un remoto lago del Minnesota. Doris Jean e Nancy lottarono col motore fuoribordo; alla fine riuscirono a farlo partire; si lanciarono sull’acqua piatta; al momento di raggiungere la riva lui era morto. Quarantatré anni. Per caso qualcuno passava e li aiutò a trascinare il cadavere su per la sponda.

Quando la notizia fu comunicata per telefono a tutti i vicini, mio padre mi disse di andare da Nancy e di parlarle.
…..“Ma non saprei cosa dirle,” risposi.
…..“Troverai le parole,” disse mio padre.
Mia madre sollevò lo sguardo dal pasticcio che stava cucinando per Doris Jean, e aggiunse:
…..“E’ qualcosa che tutti devono imparare a fare.”

Invece di prendere la scorciatoia attraverso il giardino di Ruth ed Ernie, feci la strada più lunga attorno a quello di Nancy: giù per la 48ma Strada fino a Snyder Drive, poi indietro al nuovo complesso residenziale della 48ma verso casa sua. Quando arrivai, lei e alcune delle sue amiche stavano chiacchierando sui gradini d’ingresso. Nancy si alzò e mi ricondusse attraverso il prato. Ci sedemmo sull’erba vicino al marciapiede.

…..“Oh, Johnny,” singhiozzò, “non devi dire nulla.”
Poi raccontò l’ultimo scherzo che avevano giocato alle sorelle O’Connell.
…..“La polizia è arrivata davvero,” rise. “Ma a quel punto avevamo spento tutte le luci della casa. E comunque come avrebbero potuto provare che eravamo state noi ?”
Dopo il racconto cadde un silenzio tra noi. Un attimo dopo mi alzai e dissi:
…..“Mi spiace proprio per tuo padre, Nancy.”
Lei si strinse nelle spalle, increspò le labbra, gli occhi bassi e umidi.
…..“Grazie per essere venuto, Johnny.”

Il funerale fu celebrato il giorno dopo alla Chiesa Metodista. Io non avevo mai visto un morto prima. Il viso cereo di Bud, il suo vestito nero elegante, il garofano rosa all’occhiello Non posso dire che fui scioccato. Gli occhi erano chiusi. Nessun muscolo era contratto. Il suo doppio mento sembrava modellato nella creta. Osservai Bud con una curiosità gentile e distaccata, come molti anni più tardi avrei osservato, da distante, delle scene nelle capitali straniere. Poi mia madre mi spinse fuori dalla chiesa e la udii sussurrare a mio padre:

…..“Detesto le bare aperte.”

Io cercai di mantenere un gentile distacco del genere quando, quasi vent’anni dopo la morte di Bud, mi trovai, di ritorno dall’Europa, in piedi di fronte alla bara di mia madre, alle pompe funebri. Eccola là, proprio come l’avevo conosciuta e amata, nel suo vestito blu scuro. Al polso aveva il suo braccialetto portafortuna e tra le mani teneva un mazzolino rosso e rosa. Misi la mano sulla sua fronte e l’accarezzai leggermente con la punta delle dita. Poi le toccai una guancia col dorso della mano. La pelle non aveva elasticità. Le sostanze dell’imbalsamazione avevano funzionato: il suo viso era duro come pietra.

Mi voltai e trovai una sedia. Ricordo solo una sensazione opaca, torpida, mentre sedevo là: una specie di tepida, soffocante tristezza, sia in me che intorno a me. Nulla si muoveva. I contorni del mio corpo si erano mescolati all’afflizione della morte, col profumo stantio dei fiori, con la lucentezza delle superfici brunite. Poi qualcuno mi disse qualcosa e io allontanai da me le parole, ma quando alzai lo sguardo vidi che non c’era nessuno e subito ricordai Nancy, la mia amica d’infanzia, e immaginai che mi abbracciasse per consolarmi.

…..“Ora tocca a me,” disse. “Supererai questo momento.”

Rimasi là seduto per un bel pezzo guardando verso la porta, quindi presi un respiro profondo, mi alzai, spazzai con le mani ciò che si addensava spesso e greve sopra e di fronte a me e raggiunsi la macchina nel parcheggio.

@@@

Parole d’addio
(Traduzione di Marco Morello)


D
urante l’infanzia ho spesso sofferto il fatto che certi amici entrassero nella mia vita solo per dire addio e andarsene. Non si erano ancora sistemati nella routine scolastica, a metà anno, con un armadietto in coppia appena assegnato, i loro nomi dattiloscritti su un modulo di iscrizione, che venivano già spazzati via, i loro padri essendo trasferiti a Denver o a Omaha. Con Jon Kirkland fu così. Una mattina di novembre la Signorina Noble ce lo presentò. Era un ragazzino vivace, con ispidi capelli neri a spazzola. Aveva una strana giacca, lucente, con uno stemma di jujitsu ricamato dietro. Jon ed io tornavamo a casa insieme, tirando palle di neve agli autobus e alle ragazze; quando la scuola riprese dopo le vacanze di Natale, il suo banco era vuoto. E poi ci fu Glenn Smith, un ragazzo robusto che portava gli occhiali e camicie a scacchi. Era stato nella nostra classe per circa un anno quando suo padre ebbe l’attacco di cuore. La Signorina Hamilton ci insegnò cosa dire, ma Glenn non tornò più a scuola. Di fronte a casa sua comparve il cartello di un’agenzia immobiliare; la casa era in vendita, e fu venduta; nessuno sapeva dove fossero andati la Signora Smith e Glenn; nessuno ricevette mai una lettera.

E poi ci fu Mary. Lei arrivò nella nostra classe del quart’anno un giorno d’inverno e aveva un cognome che subito suscitò l’ilarità dei ragazzi, che facevano giochi di parole e battute oscene. Lei era bassa, tracagnotta, coi capelli scuri. La sua pelle aveva la tinta del rame brunito e i suoi occhi lo scintillio nero dell’ossidiana. Cosa mi affascinò, e mi fece sognare di proteggerla, fu la sua timidezza. Ricordo quel pomeriggio in cui lei dovette salire sul palco all’assemblea della scuola. Il preside le diede il premio: lei si voltò a guardarci, poi guardò il premio e i suoi occhi rimasero fissi. Un insegnante dovette salire per ricondurla giù. Molti dei ragazzi ridacchiavano di nascosto, perché lei avrebbe dovuto fare un discorso.

Ero innamorato di Mary come lo si può essere a quell’età, cioè nessun altro lo sapeva e io in aula la osservavo con la coda dell’occhio. Talvolta la vedevo che sorrideva tra sé, e in quei momenti sentivo l’urgenza di saltare su dal mio posto e correre a sedere vicino a lei, per condividere un mondo privato da cui chiunque altro fosse escluso. In quel mondo Mary mi raccontava dei segreti e io le accarezzavo la mano e dicevo:

…..“Nessuno lo saprà mai.”

Una sera dell’estate successiva mi imbattei in Mary che chiacchierava con Nancy vicino alla siepe di ligustro attraverso la quale strisciavamo quando passavamo dalla 48ma al nuovo complesso residenziale della 48ma.
Quando Nancy mi vide, mi annunciò che Mary stava per trasferirsi in un’altra città.

…..“Cosa ?”
…..“Mio padre ha un nuovo lavoro a Salt Lake City.”

Lei parlò a Nancy del viaggio: il Parco di Yellowstone, i nonni a Cheyenne, i bagagli che erano già sulla station wagon. Come sarebbe stata la scuola nello Utah ? Le mani paffute di Mary erano inanimate. I suoi pantaloncini a strisce verticali erano sgualciti e macchiati d’erba. I suoi occhi erano un po’ lucidi: lei e Nancy erano diventate amicissime.

Non sapevo cosa dire. Mi sentivo goffo e svuotato. Mi guardai i piedi: l’erba non era tagliata, il terreno era soffice e umido.

Come dirle addio ? Tutta la mia vita è stata afflitta dall’incapacità di tradurre in parole d’addio tutta l’emozione che provo per una persona. Perciò anche quella volta mi voltai e tornai a casa strisciando attraverso la siepe, con tutto il mio amore e il dolore repressi dentro di me.

@@@

Un bel ricordo
(Traduzione di Marco Morello)

Quando telefonò mio padre per dirmi che la nonna materna era morta, ripensai a quella volta in cui mi portò in centro coll’autobus per mangiare il luccio lesso, in quel ristorantino vicino al Grande Magazzino Younkers. Non riuscivo a capire perché non venisse anche mia madre. Mi dissero di mettere la giacca a vento e le soprascarpe. Poi mia madre si piegò e mi diede un bacio di saluto. Senza dire una parola mi tirò il cappuccio in testa e mi strinse i lacci. La nonna mi condusse fuori dalla porta principale, percorremmo la rampa, passo a passo, con lei che si appoggiava al mio braccio, giù per la 48ma, giù dalla collina per slittini, fino a Urbandale Avenue.

Aspettammo a lungo l’autobus. Era una giornata calma, senza sole, senza neve, non un segno di vita, non un movimento, solo l’aria tesa, gelida come il vetro. Soffiai aria calda dal fondo della gola: la fiamma grigia del drago.

…..“Johnny,” disse mia nonna, “metti le monete.”

Inserii i quarti di dollaro nella fessura della scatola metallica.

Nel ristorantino un cameriere in giacca bianca ci portò il pesce fumante. Mia nonna chiese anche le patatine e una tazza di caffè. Poi prese forchetta e coltello, per ripulire la carne dalla lisca. E si sporse attraverso il tavolo per aiutarmi.

…..“Nonna,” domandai, “questo pesce viene dall’oceano ?”

La carne era leggera, bianca, soffice. La masticai, la rimasticai, poi l’inghiottii. Poi bevvi un po’ d’acqua. Quindi guardai la nonna. Nelle orecchie mi risuonava l’eco distante della sua risposta, che il luccio era un pesce d’acqua dolce.

…..“Hai finito il tuo piatto, Johnny ?” chiese lei.

Mi scrutò coi suoi grandi occhi che m’intimidivano, poi aggiunse:

…..“Tua madre non ama il pesce. La prossima volta che verremo in centro assaggeremo la trota. Solo noi due, come oggi.”

Trascorremmo il pomeriggio curiosando per Younkers: guanti, sciarpe, elettrodomestici, poi caramelle, poi guaine. Mia nonna pronunciò quella parola in mia presenza.

…..“Aspetta qui,” disse, “Vado a pagare queste guaine.”

Si avvicinò ondeggiando verso la ragazza alla cassa. La folla degli acquirenti natalizi fluiva intorno a lei; mi sforzai di seguirla con gli occhi, ma scomparve.
Lei è scomparsa.

…..“Sai cosa farò ?” dissi. “Scriverò una lettera a Bob e John.”
…..“Sarebbe gentile,” disse mio padre.

E quando mi parlò del suo viaggio di ritorno, ripensai a quanto la nonna era ingrassata quando il nonno si ammalò di Parkinson, ai quindici anni che lei lo curò, tutti i santi giorni, con solo quei rari viaggi a Des Moines per evadere un po’; mia nonna, che dopo una lunga separazione non mancava mai di chiedere (rompendo il silenzio e cambiando argomento), se mi ricordavo ancora del giorno in cui mi aveva portato in centro sull’autobus, per mangiare il luccio lesso in quel ristorantino vicino al Grande Magazzino Younkers.

—John Taylor

—©traduzione italiana di Marco Morello

The Presence of Things Past, 2nd edition, Red Hen Press, imprint "Story Line", 2020

The Presence of Things Past, 2nd edition, Red Hen Press, imprint « Story Line », 2020

 

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